domenica 30 novembre 2014

FREEZER

L'11 gennaio 1996 alle ore 7.30 del mattino, ero a letto con il mio compagno e mi si ruppero le acque.
Gli allungai una gomitata nella costola, svegliandolo, e gli dissi :
- Chiama un taxi, andiamo in ospedale.
Mi infilai un asciugamano fra le gambe e salii sul taxi.

Alle 12.17 nacque il mio primo figlio.

Era un piccolo batuffolo rosa e biondo, bellissimo e sanissimo.
Il parto è stata l'esperienza più forte e bella della mia intera vita. Il dolore si dimentica all'istante, quando ti portano il  piccolo.

Cacca, mentre ero in ospedale, perse il mio cane, Pupa. Quell'incapace.

Tornammo a casa di mia madre, che mi tormentava spesso e volentieri, nelle maniere più assurde e rompicoglioni.
Un giorno mio padre mi venne a trovare e mi propose di andare a stare da lui. Accettai al volo.
Ci trasferimmo da lui.
Dopo poco Cacca venne arrestato, ed io rimasi sola con il piccoletto e Blues.

Mia zia mi regalò un fantastico divano letto, dove io ed il mio batuffolino dormivamo insieme.
I parenti di Cacca mi avevano spedito un seggiolone ed una carrozzina.
Non mi mancava niente.
Facevo lunghe passeggiate per Bologna con carrozzina, piccoletto e Blues.

Blues sentiva la mancanza di Cacca, così ogni tanto andava da solo a farsi dei giri in centro, era un cane pazzesco, quando tornava a casa abbaiava ed io gli aprivo la porta.

Un giorno che ero in un parco di Bologna con il piccolo, un mio caro amico venne portato via in ambulanza perchè era in overdose di non so cosa.
Portai il piccolo a casa da mio padre ed andai a trovare Miki in ospedale, Era in coma.
Siccome ero l'unica persona che lo fosse andato a cercare, mi chiesero l'indirizzo ed i miei dati.
Miki era simpaticissimo. Era stato sposato ed aveva anche un figlio.
Poi doveva avere combinato qualcosa di grave e perse tutto e tutti.

Mi arrivò un telegramma: c'era scritto che Miki era morto in ospedale, che la salma era in obitorio in attesa di riconoscimento. Nessuno lo aveva cercato. Dovevo andare a dargli un nome.
Andai.
Miki era sistemato sopra una barella di acciaio completamente nudo e raggomitolato su se stesso, dentro un enorme freezer, congelato.

Pensai che dovevano averlo messo a congelare mentre era ancora in coma.
Continuo a pensarlo.

venerdì 28 novembre 2014

TENDA

Cacca ed io tornammo a Bologna, avevamo bisogni varii.

Eravamo io, il mio piccolo io, Cacca e Blues.
Cacca prendeva la pensione di invalido di guerra, abbondantemente finanziato e supportato dall'esercito Marocchino.

Però casa niet. Niente casa, MAI.

Io avevo avevo anche adottato una dolce lupacchiotta scatenata, che chiamai Pupa.
Dormivamo nei parchi, con il sacco a pelo e i cani che ci facevano la guardia.

Una mattina mi sono svegliata in un parco, e durante il mio sonno Cacca era fuggito con Blues.

Scoprii dopo un mese che era in Bassona, una spiaggia fricchettona in provincia di Ravenna.

Io e Pupa intanto eravamo a Bologna a smazzarci il tempo ed in quel periodo ho conosciuto una Tigre Napoletana che mi ha difesa con le unghie e con i denti.

Raggiunsi Cacca in Bassona e lì passai l'estate. La panza lievitava.

Arrivò il freddo ed il tempo della spiaggia era finito.
Tornammo a Bologna insieme.
Nel periodo estivo dormivamo nella tenda che mi ero procurata, e fino a che la stagione ce lo permise continuammo a farlo in un parchetto.
Non avevo grandi bisogni, anche se ero incinta.
Poi venne una colossale cagata di neve che sommerse la tenda.
Ricordo con piacere un paio di notti in albergo, qualche anima buona si era accollata i cani.
Poi affittammo, per un breve periodo, in locale uso laboratorio, ma dopo poco ci buttarono fuori perchè ci abitavamo.

Tornai da mia madre, che intanto folleggiava in giro per Bologna.

La gravidanza era ormai agli sgoccioli.
Mia madre si era separata dal suo compagno e padre di mio fratello.
Nella separazione aveva ottenuto di vedere il figlio solo ogni tanto, era sola in quel periodo, spesso in ospedale.

Feci la prima ecografia ad 8 mesi di gravidanza, tutto andava bene.
Avevo 21 anni.

venerdì 21 novembre 2014

CACCA

Nel 1992, fumavo ormai come una Turca e per farlo al meglio andavo sempre al parco.
Conobbi in questo fottuto parco di Bologna, un reduce della guerra dei Balcani, che durante la guerra si era scontrato nelle retrovie con la tossicodipendenza.
Ma era molto bello, soprattutto mi piacevano i suoi capezzoli, era sempre a torso nudo.
Ho già ammesso che ero molto superficiale, ai tempi.
Decisi seduta stante che sarebbe diventato mio, e così fu.

Ma nessuno vuole dare una casa in affitto ad un reduce di guerra tossicodipendente, anche se ha dei bei capezzoli.

Così dormivamo per la strada, dove capitava, e quasi tutte le mattine venivamo svegliati dagli sbirri, che ci intimavano di sloggiare.
In città eravamo ormai noti a tutte le forze dell'ordine, e decidemmo di farci un giro insieme ad una banda di Barboni alcoolizzati, pieni di pidocchi e tutti malati di scabbia.
Ci spostammo insieme a loro in varie città, ma dopo due, massimo tre giorni di sosta, venivamo regolarmente accompagnati alla stazione con il foglio di via. Solo perchè saccheggiavamo supermercati ed importunavamo i passanti facendo colletta.

Avevo ancora capelli lunghissimi e quando mi trovai in testa il primo di una lunga stirpe di pidocchi assuefatti al MOM, piansi a lungo, seduta su una panchina.

Tornammo a Bologna.

Il mio compagno lo chiamerò Cacca d'ora in poi, mi sembra abbastanza onomatopeico.

Cacca fu arrestato mentre eseguiva transazioni illecite e venne spedito agli arresti domiciliari, ed io lo seguii, fedele, ma soprattutto perchè non sapevo dove andare a dormire.

I domiciliari furono un incubo, Cacca è meridionale, ed io a casa sua non c'entravo un gran che.
Inoltre ero ancora piena di pidocchi ribelli che, mentre mangiavo a tavola con tutta la famiglia, piovevano nel mio piatto.
Chiesi un giorno a Cacca, di tagliarmi i capelli, ma lui si rifiutò.

Scappai da quella casa per tornare a Bologna, dove una parrucchiera caritatevole sforbiciò i miei lunghi capelli abitati da colonie di invasori. Addio lunghi capelli.

Dopo alcuni mesi Cacca uscì e tornò da me.

Ci trasferimmo a Perugia, dove dopo due giorni venimmo arrestati entrambi per effimero possesso di sostanza fumereccia.
In carcere feci conoscenza con ergastolane Calabresi che mi minacciarono con un enorme paio di forbici.

Dopo due settimane uscimmo dal carcere insieme ed occupammo una casa.
Vivevamo di colletta.
Io sottrassi un meraviglioso cane ed un suonatore di chitarra, perchè non lo trattava bene.
Il cane si chiamava Blues e doveva essere il MIO cane, ma Cacca se ne impadronì.

Cacca è sempre stato molto egoista.

In quella cazzo di città freddissima, non si trovava sostanza fumereccia, per questo tutti i giovani del posto erano alcoolizzati o tossici ed io, CHE IN TUTTA LA MIA VITA NON HO MAI FATTO USO DI ROBA, mi rompevo immensamente le palle, mentre invece Cacca si trovava benissimo.

Per mia fortuna c'era Blues, grande mio amico e compagno di interminabili giochi.

Cacca mi lasciava per ore, per farsi i suoi giri stupefacentosi, ed io lo aspettavo oltre il ragionevole.

Nel 1995 scoprii di aspettare un figlio.

giovedì 20 novembre 2014

Considerazioni ed Analisi

Sono arrivata al punto in cui volevo arrivare: la mia maggiore età.
La mia vita è stata un concentrato di follie e non posso più appellarmi alla colpa o non colpa dei miei genitori.
Da ora in poi i miei racconti saranno stupefacenti Balle, mescolate a mezze verità.
Farò doppi e tripli salti mortali carpiati pur di non dire ciò che è stato nella mia vita.

Chi mi ama, mi segua.

Spero che la fantasia mi assisterà, nei prossimi racconti; ci sono troppi protagonisti che non vogliono divulgare i fattacci loro ed io non posso prendermi la libertà di sputtanarli, anche se lo farei volentieri in certi casi.
Lo farò ugualmente, ma con delicate parafrasi.
Unirò spruzzi di verità, nascosti dentro racconti fantascientifici.

Chiedo umilmente "SCUSA" a mia madre per averla trattata male nei miei racconti, in realtà abbiamo imparato a volerci bene, nonostante tutto ciò che è stato.
Ma raccontare di lei e della mia infanzia era fondamentale per il lavoro di autoanalisi che sto sperimentando su me stessa.
Ho capito che sono gli eventi della vita a portarci verso la malattia, soprattutto quella mentale.
E sono altrettanto sicura che la chiave per guarire la abbiamo noi stessi, ma in un enorme mazzo di chiavi che abbiamo seminato chissà dove, durante le nostre follie. A volte questa chiave si trova in un altra dimensione, e diventa impossibile ritrovarla.

Ringrazio i miei genitori per avermi fatta diventare quella che sono oggi.
Ho imparato da loro a non essere razzista, a non avere pregiudizi ed essere umile, nonostante tutto ciò che ho vissuto sulla mia pelle.
Però ho anche imparato ad amare più gli animali che gli esseri umani, perchè gli animali non mentono e non tradiscono, al massimo ti ignorano.

L'unica cosa che non posso perdonare a mia madre è che ha fatto nascere dentro di me il terrore per il viaggio.
Ho la fobia di muovermi dall'Italia, anche se fra i miei progetti futuri c'è quello di emigrare, per trovare lavoro.
Spero che per necessità riuscirò a superare le mie ataviche paure.
Emigrare, ne sono sicura, mi aiuterà a distaccare il passato dal presente e darà nuova linfa al mio vivere ed al mio scrivere.
Perchè qui, ho perso le speranze e svegliarsi ogni giorno è sempre più difficile.
Se non sono ubriaca non riesco a sorridere e tutto mi fa vomitare.

Ma non cedo. E se non cedo è perchè ho due figli che sono la mia ragione di vita e per loro

lunedì 17 novembre 2014

Fuoco ai ricordi

Continuai ad andare a scuola, ma avevo anche cominciato a fumare canne, quindi dormivo un sacco e alla mattina non riuscivo mai a svegliarmi.
Durante il quarto anno di scuola, il giorno del mio sedicesimo compleanno, nacque mio fratello.
Io ero felice, ma in casa mi sentivo di troppo e di conseguenza, ci stavo meno che potevo.

Quando invece ho compiuto diciotto anni, il mio ragazzo di allora decise di regalarmi un viaggio insieme a lui, in Olanda.
Tutti felici ed emozionati partimmo in treno con dei biglietti falsi fatti da noi, per stare via circa una settimana.

In quel periodo abitavo a casa di mia madre ed avevo la mia stanza.

Il viaggio fu divertente, per me era la prima volta ad Amsterdam, ed il mio ragazzo, che invece c'era già stato, si prestò volentieri a fare da Cicerone.

Quando tornai a Bologna ed arrivai a casa, trovai che la mia stanza era stata divorata da un bestiale incendio e tutte le mie cose personali ed i miei ricordi, erano andati in fumo.

Mia madre aveva amorevolmente appiccato il fuoco, per celebrare con una sorpresina il mio ritorno.
Non so se lo fece per gelosia, invidia o semplicemente perchè mi togliessi dai coglioni della sua nuova famiglia.

Infatti me ne andai per l'ennesima volta, a casa del mio ragazzo che mi ospitò volentieri.
Lui aveva occupato una bellissima casa sui colli di Bologna.
Non l'avessi mai lasciato, quel ragazzo.

Ma tutto sommato mi andò bene.
Forse dovrei ringraziare mia madre per avere aspettato, ad appiccare il fuoco, che io non fossi nel mio letto.

Amore di mamma Croata.

sabato 15 novembre 2014

Vespe e Cavalli

Siccome avevo perso il primo anno delle scuole superiori, ma volevo fare qualcosa comunque, mi trovai un lavoretto.
Presi in prestito il Garelli di mio padre e lavorai per circa un anno alla Pelican Service, l'equivalente povero della Pony express.
Sgasavo tutto il giorno per Bologna e provincia a caccia di preziosi tagliandi verdi, che rappresentavano il mio stipendio.
Guadagnavo bene e un giorno mio padre mi disse, scherzando, che se avessi guadagnato più di lui, mi avrebbe picchiato.
Mia madre intanto era fottuta nella sua storia con il macchinone blu.
In uno slancio di affetto e generosità, lei ed il suo ganzo, mi regalarono una fantastica Vespa 50 Special, tutta nera.
Quella Vespa fu mia compagna insostituibile per anni e anni, la adoravo, mi faceva sentire indipendente.
Avevo 15 anni ed arrivò settembre.
Decisi di tornare a scuola e mi iscrissi in un istituto professionale per accompagnatore turistico.
Il primo giorno di scuola, quando entrai dalla porta, in classe, alle mie compagne feci paura.
Continuo a chiedermi il perchè.
Nonostante questo, scoprii che andare a scuola mi piaceva moltissimo.
Avevamo per lo più insegnanti giovani, tranne alcune eccezioni.
In particolare con la professoressa di Italiano fu subito Amore intenso e rispetto profondo. Aveva saputo leggere i miei occhi, ed io per lei scrivevo fantastici temi.
Anche il professore di Tecnica turistica era un grande e mi rispettava, nonostante io non studiassi mai la sua materia.
Non studiavo mai, ma andavo bene.
In classe eravamo tutte femmine.
Riuscii a superare la loro atavica paura nei miei confronti, e feci amicizia con tutte.
Un giorno arrivò una nuova ragazza da Milano. Era tutta vestita di nero e aveva le labbra pittate di rosso fuoco. La amai all'istante.
Con lei ci defilammo agli ultimi banchi e ridemmo a crepapelle di tutto e di tutti, per tutto l'anno.
Fummo bocciate entrambe.
Poi ci separarono in classi diverse.
In quel periodo vivevo da mio padre e spesso andavo con la Vespa a trovare mio Nonno in campagna.
La mia passione erano i cavalli e mio Nonno che mi amava, decise di regalarmene uno.
Era meraviglioso e selvaggio, non ancora domato.
Purtroppo si sa che gli adolescenti sono delle merde ingrate, ed io non fui da meno.
Il cavallo proveniva dall'allevamento di un uomo di 58 anni sposato e con figli della mia età.
Questo uomo veniva spesso e volentieri da mio Nonno, per insegnarmi a domare il cavallo. Tutte scuse.
Non so cosa gli prese, ma un giorno mi diede un'appuntamento a Bologna al quale io, ignara, andai.
Mia madre aspettava un figlio ed io , tanto per cambiare, mi sentivo sola.
Ai ragazzi miei coetanei facevo paura.
Fu in quell'appuntamento davanti alla stazione che il cinquantottenne si dichiarò perdutamente innamorato di me.
Iniziai a frequentarlo sempre più spesso, di solito veniva a prendermi per portarmi a mangiare fuori.
Ma un giorno la moglie scoprì tutto ed andò a riferire a mio Nonno.

Addio Nonno, addio meraviglioso cavallo.



Mio Nonno non mi ha mai più rivolto la parola.
Sono comunque rimasta con quell'uomo per un paio d'anni, mentre continuavo ad andare a scuola.
Poi un giorno mi svegliai e lo abbandonai a se stesso. Mi fece un po'di stalking, ma poi smise.
Io avevo perso quasi tutti i miei affetti.
Quanto ero sciocca e superficiale,

venerdì 14 novembre 2014

FANTASCIENZA


31 febbraio 2056 dal mio diario
Stamattina mi sono svegliata bene, anche se credo che nella mia casa, qui sull'albero, ci siano i tarli. Più tardi chiamerò la disinfestazione.
La piantagione procede bene, ho controllato appena sveglia.
Per il prossimo mese dovrei essere a posto.
Ho appena ricevuto una videocartolina telepatica di Mio Padre dalla Cambogia, quell'uomo non la smetterà mai di stupirmi, ora che è diventato immortale.
Ricordo quando abitavamo insieme, nel lontano 2014, o giù di lì.
Allora non avevo ancora raggiunto la fama e la notorietà.
Non avevo neanche i soldi per comprare le sigarette, allora, ma lui non me le faceva mai mancare.
Da quando ho superato i 90 anni sono diventata più malinconica.
Brinderò ai vecchi tempi con una tequila. o due. Del resto sono già le 10 di mattina.
Le giraffe oggi sono irrequiete, deve essere per via della tempesta solare.
La notorietà è un inferno, lo psycovideotelefonocitofono sta sempre a squillare.
La gamba mi fa male per via della tempesta.
Da quando mi hanno sparato è sempre così.

mercoledì 12 novembre 2014

Giocavo a nascondino.

Durante una calda estate passata con mia madre, avevo già 14 anni e i petardi sotto i piedi.
Scalpitavo.
Ci sono sempre stati, a Bologna, posti nei parchi più carini dove si poteva socializzare, prendere il fresco della sera e ballare e ubriacarsi, anche senza soldi.
Io, che ho sempre amato la notte, accompagnavo volentieri mia madre in uno di questi posti, lo Spiraglio.
Non ballavo e non bevevo, osservavo mia madre fare follie in pista.

Mi sentivo sola.

Mia madre conquistò un bel tipone con un macchinone blu, che ci dava sempre uno strappo a casa, alle 5 di mattina. Era gentile.

Io ero rotondetta nei punti giusti, capelli lunghissimi.
Nel mio piccolo feci conquiste anche io.
Quando nessuno mi metteva nei casini, mi ci fiondavo da sola, forse per attirare l'attenzione, come da piccola quando infilai due dita nella presa della luce.
Allo Spiraglio,una sera, uno zingarello di 17 anni corse dietro al mio culo.
Mia madre se ne andò con il macchinone blu, ormai era amore, e io rimasi a piedi.
Io ed una banda di zingarelli ballerini rubammo un Ciao e  andai a casa in motorino.

A circa 10 anni annunciai profetica alla mia amatissima Nonna che: " Appena compio 14 anni, scappo di casa."

E infatti scappai con gli Zingari, nella loro casa in provincia di Pescara.

Non me ne vogliano gli amici Pescaresi, ma ritengo che Pescara sia una delle città più brutte d'Italia.

Avevo lasciato a Tee, prima di scappare, il mio diario e la mia minigonna preferita.
Da quel momento solo gonne lunghe, per me.
Lo zingaro aveva dieci sorelle tutte vestite di nero, in lutto per i genitori, sei fratelli alcoolizzati e in lutto anche loro, sposati e con figli. Tutti sotto lo stesso tetto.
Per mia fortuna avevano un paio di roulottes in più, parcheggiate nel cortile ed io ne occupai subito una insieme al mio sposo ragazzo.
Per mia sfiga, invece, si mangiava solo gallina rubata e appena sgozzata, comprese le zampe.

Il pollo mi perseguita, e io lo Odio.

Però andai con le donne, una notte, a rubare le galline ai vicini. Fu divertente.
Passavano i mesi, e nessuno mi cercava. Mia madre era contenta ed orgogliosa di me.

Difficile scappare dal nulla.



Col macchinone blù era amore, un giorno vennero anche a trovarci, a casa degli zingari, e il ganzo di mia madre ballò per il sollucchero delle sorelle del mio ragazzo.

Ed io che avevo fatto tutto 'sto casino per farmi notare.


Mio padre pensava fossi con mia madre. E' sempre stato un po' distratto.

Scrivere questa storia mi fa ancora pensare e soffrire, perciò la farò breve.

Passai sei mesi in quella roulotte, poi una sera disperata telefonai a mio padre e gli dissi in codice  di venirmi a salvare.
Orecchie alcoolizzate mi ascoltavano rabbiose.

Ripenso adesso a quella mattina che ho trovato mia madre nel letto in coma, dopo che aveva ingoiato milioni di pillole.
Chiamai l'ambulanza, le salvai la vita.

Mio padre mi ripescò dagli zingari con l'aiuto dei cc.

Ci furono gravi conseguenze per me.
Una delle quali fu che persi il primo anno delle scuole superiori.
Ma questa è un'altra storia.

martedì 11 novembre 2014

MOZZARELLE?

Parlavo tempo fa con un amico di come da bambini ci bastasse niente per divertirci come pazzi e di come invece una volta adulti ci vogliano un sacco di soldi per un po'di divertimento.

Ci sono state anche vacanze felici nella mia infanzia.
Con mia sorella Tee andai in Calabria più volte e ricordo di come ci stravolgevamo di risate, con un materassino e le onde del mare.
Oppure mattinate intere a tuffarci di testa da uno scoglio, le traversate lunghissime a nuoto verso l'isola, con le nostre mamme inossidabili.
I soldi? Non sapevamo neanche cosa fossero.

Una volta le nostre mamme sulla spiaggia affollata, prendevano il sole in topless e dei cattivissimi bimbi calabresi ci aggredirono nell'acqua, urlando: "TUA MADRE VENDE LE MOZZARELLE!".
Tornammo a riva piene di graffi e lividi.

Una volta mia madre mi portò in Grecia, ed in un viaggio in barca a vela vidi una foca monaca che ci salutò dall'acqua. Potere degli Animali, non trovo le parole per descrivere come mi sono sentita in quel momento.

Oppure quando andavo a Filicudi con mio padre, che vacanze fantastiche.

A Filicudi allora potevi pescare piccole aragoste con le mani.
Non c'era nulla all'infuori della spiaggia e costruzioni discrete che si integravano perfettamente con il paesaggio. Un piccolo molo per i pescatori.
Sulla spiaggia c'era la casa ristorante albergo del sig. Spizzoni e famiglia: moglie e figlia sordomuta.
Ci passavamo l'estate. Non c'erano strade, non esistevano macchine ne televisione o telefono.

Un giorno, mentre il sig.Spizzoni tagliava la legna con l'accetta, si tranciò una mano e mio padre per prestargli soccorso urlava: "NON SI PREOCCUPI, MIO PADRE è UN MEDICO!", fu buffo.

Oppure, ancora, i lunghi periodi che passavo in montagna con mio Nonno.
Fantastiche giornate passate a raccogliere fragoline di bosco o le noci ai piedi di questi alberi meravigliosi e generosissimi. E i funghi, i ciliegi in fiore, il ribes bianco e quello rosso. La stufa a legna.
La montagna è una delle mie passioni.
Mangiavamo squisitezze appena raccolte dall'orto di mio nonno.
Un giorno io e il nonno tornammo a casa dalla spesa e trovammo i maiali sdraiati sul divano.
Mio nonno è sempre stato un tipo particolare.
Una volta, nel periodo precedente al natale, gli venne l'idea di castrare i galli, per farli diventare grassi capponi e farci il brodo a capodanno.
Era medico chirurgo.
I polli hanno i coglioni all'interno del corpo.
Io e mio padre venimmo battezzati aiuto chirurgo seduta stante.
Si trattava di tenere il pollo per le zampe, mentre lui lo apriva e frugava all'interno. Ovviamente il pollo era sveglio.
Svenimmo a turno, prima mio padre poi io, e mio nonno che ci urlava dietro: "PAPPAMOLLI!"
Mio Nonno era così.
Io odio il pollo e le uova.

lunedì 10 novembre 2014

100 lire.

Dopo che i miei genitori divorziarono, venni affidata per il periodo scolastico a mio padre, e per il periodo estivo a mia madre.
Iniziai a frequentare le scuole medie, che si trovavano a due passi da casa dei miei nonni.
Andare a scuola mi è sempre piaciuto, fino ad allora, ma le medie le ho proprio odiate.
Avevo tutti professori decrepiti e come se non bastasse, il primo giorno dell'anno scolastico ci portarono tutti a messa in una enorme chiesa. Orrore.
Ero già stata trascinata a messa altre volte, dal fratello baciapile di mia madre. Orrore, orrore, disagio totale:tutti che si alzavano e sedevano all'unisono ed io che non sapevo nemmeno farmi il segno della croce.

Mi rifiuto, fin dalla più tenera età, di credere in Dio, per me Dio è Mick Jagger.

A scuola andavo malissimo in tutte le materie, tranne che in Inglese.
La professoressa di Inglese non riusciva a capacitarsi di come io sapessi già tutto, feci la vaga e le buttai lì che ascoltavo le canzoni, poi le traducevo. Mi odiava, ma era costretta a darmi ottimi voti.

Durante un'estate che passai a casa di mia madre in via S. Carlo 27, lei decise che voleva andare in vacanza, al mare.

Cazzo, ero di nuovo in trappola.

 Rovistò in tutte le tasche, dove trovò complessivamente circa 100 lire. Ma questo non era certo un problema.
Così partimmo in autostop, direzione: Puglia.
Ricordo che i primi a darci un passaggio furono quattro tossici che avevano appena rubato un macchinone di lusso. Simpatici e gentili.
Poi un'infinità di altri passaggi; inevitabilmente la mano dal volante passava alle cosce di mia madre, io ero dietro, ma era come se non ci fossi.
Direi che ad occhio e croce dovevo avere 12 anni.
Arrivammo in Puglia e ci piazzammo in un campeggio, dove ci regalarono una tenda semidistrutta e ci fecero accampare, nonostante non avessimo denaro.
A volte però abbiamo anche dormito in un cespuglio spinoso vicino alla spiaggia.
Si mangiava solo quando qualche anima pietosa ci offriva qualcosa.

Altro che vacanza, pensavo, questo è un cazzo di corso di sopravvivenza.

Al ritorno beccammo un passaggio da un camionista che ci portò direttamente a Bologna, previa breve sosta in autostrada, per scoparsi mia madre nel rimorchio, mentre io aspettavo in cabina.

Tornata a casa, trovai i miei due criceti che si erano sbranati a vicenda per la fame.
Andrò all'inferno, lo so.

Ho vissuto in via S. Carlo con mia madre in diversi periodi della mia vita, era una via particolare, un piccolo universo a parte dove ho potuto conoscere diversi personaggi.
Per un po' mia madre fece un lavoro che consisteva nel fare interviste, e per farle doveva andare a suonare campanelli in giro per la città. A volte mi portava con sè, e fu in uno di questi giri che conobbi una bellissima ragazzona un po' più grande di me e mia omonima.
Dopo qualche anno scoprii che anche Alice abitava in via S. Carlo. Fu amore e ci consideriamo sorelle tuttora.
In vari periodi della mia vita mi ha aiutata, consolata e sostenuta. Se mi capisce è perchè anche lei non ha avuto vita facile.

A 14 anni mi beccai la varicella, durante il periodo scolastico. Ero con mio padre, ma ad un certo punto si dovette assentare forzosamente (dice che se parlo mi denuncia per diffamazione).
Così, per farla breve, rimasi sola in casa.
Presi la cornetta e telefonai alla mia migliore amica dell'infanzia di nome Tee
Le dissi che era successa una cosa e che ero sola.
Andai a casa sua e lei si prese cura di me, consolandomi.
Vi meravigliate della mia cosiddetta forza.
La verità è che se sono sopravvissuta alla mia infanzia/adolescenza, lo devo soprattutto a tutti gli amici ed amiche che mi hanno sempre voluto bene, nonostante io sia sempre stata una tipa taciturna ed a tratti, tetra.
Checchè se ne dica dell'amore, è l'amicizia il sentimento migliore.
Ed è questa la religione in cui credo.

domenica 9 novembre 2014

Viaggi

Dopo il viaggio in India ne feci altri con mia madre, alcuni belli altri tragici.
Un giorno con un suo fidanzato programmò un viaggio in Tunisia, a Bologna era inverno e siccome partimmo alla spicciolata, mi ritrovai nel deserto del sale con ai piedi i moon boot.
Il suo fidanzo di allora era ricco sfondato e non ci fece mancare niente. Tutto ok.

Poi passò un po'di tempo e mia madre prenotò un viaggio in Russia con l'associazione Italia Russia.
Partimmo da Bologna con un aereo dell'Aeroflot ed arrivammo a Mosca.
Che Paese meraviglioso e che popolo stupendo e generoso!
Visitammo la Piazza Rossa con le sue enormi cupole dorate che scintillavano al sole, vidi la Neva completamente ghiacciata e i giovani che ci pattinavano sopra.
Ricordo un enorme mercato coperto completamente costruito in vetro, dove però all'interno c'era veramente ben poco in vendita: il muro di Berlino doveva ancora cadere.
In un suo raro slancio di generosità, mia madre mi regalò un colbacco rosa, molto carino.
Alloggiavamo in un grande albergo ed io che mi annoiavo; visitai tutti i piani in ascensore: ad ogni piano c'erano tavolate lunghissime apparecchiate di tutto punto e sopra ogni tavolo c'era una qualità diversa di caviale. Ad un certo punto l'ascensore si bloccò con me dentro e vissi momenti di terrore, poi venni liberata e la smisi.
Il viaggio comprendeva una trasferta a Leningrado, dove ci recammo a bordo di un fantastico treno.
Siccome la distanza era lunga ci servirono un delizioso tè  nel samovar. Altro che FS.
Tornammo a Bologna indenni ed io tornai a scuola.
Invece, quando frequentavo la quinta elementare, mia madre decise di portarmi in Inghilterra.
Avevamo programmato di partire in aereo, ma in aereoporto, al momento del check in ci furono problemi con i miei documenti.
Mia madre decise di partire comunque in autostop. Per fortuna c'era un uomo con noi e dopo circa una settimana di viaggio attraverso l'Europa, arrivammo in England.
Mia madre, neanche il tempo di arrivare, cominciò a dare i numeri e ovviamente litigò con il nostro accompagnatore, che ci mollò.
Mia madre aveva i traveller's cheque, ma voleva a tutti i costi fare la furba, così in tasca non avevamo un pound, così niente taxi e niente underground e niente alberghi.
Una notte stavamo camminando in cerca di un posto dove dormire, andava bene tutto: parchi, interno di portoni ecc. Mentre camminavamo due uomini ci avvicinarono e nonostante ci fossi anche io la trascinarono un po'più in là e le strapparono le vesti da dosso e se la scoparono, così, in mezzo alla strada. Io ero paralizzata dal terrore e non sapevo cazzo fare. Quando i due se ne andarono raccattai mia madre e continuammo a camminare.
Un altra sera che ci eravamo accampate in un parco, a mia madre venne una spaventosa crisi di gelosia nei miei confronti e cominciò a picchiarmi senza pietà. Il giorno dopo ero tutta un livido.
Ancora un altra notte la passammo all'interno di un portone, e mia madre si svegliò la mattina con i coglioni girati. Esordì così: "HO VOGLIA DI UN Tè, PORTAMI UN Tè!"
Terrorizzata, quindi ubbidientissima uscii da quel portone in calzamaglia, scalza e tutta spettinata e mi incamminai verso il primo negozio, dove entrai e supplicando chiesi: "Please, a cup of tea, please"
Ovviamente non avevo un penny, ma facevo pietà ed ottenni quella fottutissima tazza di tè, che portai a mia madre.
Non ricordo come ma ad un certo punto un signore inglese dal  nome Axell Ney ci ospitò in casa sua.
Questa bravissima persona capì al volo la situazione e cacciò mia madre di casa, tenendomi con lui.
Da casa sua potetti chiamare mio padre in Italia che dopo un paio di giorni venne a ripescarmi.
Con Axell Ney rimasi in contatto anche dall'Italia, mi scriveva delle letterine carine alle quali io rispondevo. Poi smise. Suppongo sia morto, aveva una certa età. Axell Ney ti voglio bene, ovunque tu sia.
A volte gli sconosciuti ti violentano, a volte gli sconosciuti ti salvano la vita.
Io giurai a me stessa che per nessun motivo al mondo avrei più lasciato l'Italia, se non altro con mia madre.

sabato 8 novembre 2014

Dentro & Fuori

Mia madre non è mai guarita e passava lunghi periodi in ospedale, poi veniva dimessa e smetteva di prendere i farmaci. Ho imparato sulla mia stessa pelle che una cura di psicofarmaci non va MAI interrotta di colpo, pena gravi ricadute, lei non ha mai afferrato 'sto concetto, quindi per una vita intera ha continuato ad entrare, uscire poi rientrare d'urgenza, spesso in ambulanza.

Quando mia madre era in ospedale io andavo sempre a trovarla, anche se ero piccola.
Ho conosciuto e conosco tuttora tutti gli ospedali psichiatrici di Bologna e dintorni.
A Bologna in quel periodo c'era un ospedale psichiatrico dal nome Ottonello, era sui colli e visto dall'esterno era un bel posto, in un grande parco.
All'interno invece si trovava solo sofferenza, ricordo che avevo una paura atavica di quel posto, dove vedevo persone che urlavano legate ai letti, donne in gravidanza isterica, gente violenta.
Ma era più forte di me, lì si trovava mia madre e io salivo sull'autobus e andavo a trovarla.

Intanto andavo all'asilo, dove le maestre dicevano di essere preoccupate per me, perchè invece di giocare con gli altri bimbetti, me ne stavo seduta sotto un albero ad osservare le nuvole.
Sono sempre stata un po'strana. Anche dell'asilo ho ricordi vivissimi, non so come e non so perche, ma mi sembra ieri eppure ho quarant'anni. Ricordo che un giorno ebbi uno slancio bestiale di affetto verso la maestra e le zompai addosso stracciandole il camicione. In effetti ero un po'diversa dagli altri bimbetti.

Il tempo intanto passava inesorabile ed io cominciai le scuole elementari.
Vivevo la maggior parte del tempo a casa dei miei nonni paterni, con mio padre, quando mia madre usciva dall'ospedale, sentivo il bisogno di stare con lei in via Marsili, una grande casa comune abitata da vari personaggi, dove vigeva l'anarchia più totale.
Passavo dall'accogliente casa dei nonni al casino assurdo di via Marsili come se niente fosse.

Intanto andavo a scuola. E crescevo, un po'storta, ma crescevo.
Per mia fortuna ho frequentato le elementari in una delle scuole più belle di Bologna, le Fortuzzi, che si trovavano all'interno dei giardini Margherita, un bellissimo parco.
Uscivo da scuola alle 16.30, a volte veniva a prendermi mio padre o mio nonno, a volte veniva mia madre. A volte invece non veniva nessuno e rimanevo lì come una cogliona.
Ricordo che invece più di una volta sono venuti a prendermi tutti e due e in quelle occasioni mi chiedevano con chi volessi andare. Per me era davvero terribile dovere scegliere solo uno di loro, perchè in cuor mio sentivo di dare una delusione a chi non avrei scelto. Piccole Grandi difficoltà.
Un altra volta venne a prendermi il mio adorato Nonno con un lungo impermeabile e nelle tasche aveva tre o quattro cuccioli di cane, fu fantastico e mandò in deliquio tutti i miei compagni.
Nonostante tutto quello che mi ha fatto passare, la mamma è sempre la mamma, e spesso stavo con lei.
Una notte che dormivo in via Marsili, mia madre si portò a casa un rasta alto due metri, il nome era San.
Lui e mia madre passarono ore a divertirsi a letto, mentre io dormivo nella stanza accanto.
Poi a mia madre venne fame ed andò in cucina a farsi qualcosa da mangiare.
Mentre mia madre pensava al suo stomaco, San fece un salto nel mio letto e mi tastò le tettine appena accennate, visto che avevo sei anni, Voleva scoparmi. Non era sazio.
Io terrorizzata corsi in cucina e dissi a mia madre quello che era successo.
Ma lei non mi credette.

Tornai a letto con la coda fra le gambe e il giorno dopo andai a scuola, come se niente fosse successo.

venerdì 7 novembre 2014

Anarchia in Via Marsili 19

Una mattina per fare un esempio, io e mia madre stavamo dormendo nel nostro lettone, quando irruppero in casa poliziotti armati di mitra. Non so cosa o chi stessero cercando, comunque ci svegliarono col mitra puntato. Fu uno dei tanti risvegli forzosi che ho vissuto, ma mi è rimasto impresso.
Dopo di che, nel 1977 i miei genitori si sono separati, io avevo tre anni e mia madre andò in India in autostop, per fare un sopralluogo del posto e decidere se poteva in seguito portarmi là con se.
Non oso pensare alle sue avventure di quel lungo viaggio in autostop.
Mia madre era una donna veramente molto bella, allora.
Comunque riuscì non so come anche a tornare a prendermi, ovviamente aveva deciso che avremmo potuto affrontare il viaggio insieme.
Però mi portò in aereo e ricordo ancora il film di Charlot che diedero per intrattenerci durante la lunga traversata, non chiedetemi come faccio a ricordare, ma è la verità: ho ricordi vivissimi anche se avevo solo tre anni appena.
In India è stata dura per me, il cibo era tutto piccantissimo e io mangiavo solo omelettes, che mi faceva la moglie di Pascàl.
Pascàl era il gestore di una specie di locale fatto di palme, sulla spiaggia di Goa; faceva da mangiare per i turisti che stazionavano lì, chi per mesi chi per anni.
La moglie lavava i piatti ed era l'incaricata alle mie omelettes personali.
In questa specie di chioschetto avevano una capra con la quale feci subito amicizia, le diedi anche un nome: Margherita. Passavo un sacco di tempo in sua compagnia.
Mia madre si innamorò di un certo Gonzalo, che la abbandonò poco dopo lasciandola prostrata.
Io trovai in giro un cucciolotto di cane che chiamai Rosy, stava sempre con me. Un giorno non lo trovai più e
uno stronzo mi disse che probabilmente se lo erano mangiato. Non so quanto ho pianto per Rosy.
Poi è successo qualcosa che tuttora non è chiaro.
Molto probabilmente un baba le diede da bere una tisana di datura, perche mia madre non fu mai più la stessa.
Fino ad allora la sera mi raccontava favole bellissime inventate da lei, nelle quali io ero sempre la protagonista.
Dopo, invece, girava nuda, delirante, senza un centesimo, facendo cose terribili a se stessa.
Ero io che la portavo in giro per mano, ricordo che camminavamo tantissimo.
Ad essere sincera molte cose le ho rimosse perchè troppo dolorose per la bimba che ero, ma altri ricordi sono e saranno per sempre impressi a fuoco nella mia mente.
Per esempio ricordo che camminando giungemmo un giorno nei pressi di un piccolo villaggio, dove gli abitanti si resero subito conto che qualcosa non andava.
Chiusero mia madre dentro una specie di gabbia fatta di sbarre di legno, mentre io gironzolavo all'esterno. Mi davano da mangiare in una ciotola, che un giorno porsi a lei attraverso le sbarre, credendola affamata. Il risultato fu che lei mi azzannò la mano.
Mi sono resa conto da poco che essendo chiusa in gabbia come un animale, da tale si comportò.
Nel frattempo in Italia, mio padre annusò l'aria pesante date le frammentarie brutte notizie che ricevette dall'India.
Già. Qualcosa era andato storto.
Da babbo preoccupato prese il primo aereo per venire a recuperarci.
Trovarci non fu facile ma ce la fece.
Mia madre era stata ricoverata in un ospedale psichiatrico indiano, dove la tenevano legata al letto con delle lenzuola, perchè era violenta. Ricordo ancora l'ospedale e quando la andammo a trovare.
Quando proposero a mio padre di farle l'elettroshock, lui la fece scappare e in seguito tornammo in Italia.

Ad onore del vero e del giusto, debbo dire che con mia madre non ho passato solo momenti terribili. Ho vissuto con lei anche attimi piacevoli, per esempio quando stavamo nella nostra piccola casetta a Tellaro, un minuscolo paese in Liguria, dove passavamo le vacanze. Era il nostro nido, alla sera per farmi addormentare mi leggeva favole dei fratelli Grimm, oppure di Andersen, mentre dalla finestra socchiusa per fare entrare il fresco della sera, i gatti del paese venivano a trovarci. Quella casa ci è stata sottratta a tradimento, e questo è stato molto triste per noi. Era il nostro dolce rifugio.
Oppure quando in via Marsili facevamo il bagno nella vasca io e lei.
Sono pochi momenti di tranquillità che abbiamo vissuto insieme per un attimo.

Tornata in Italia, ero piena di pidocchi e non volevo più mettermi le scarpe.

Fu durissima per me ritrovarmi a Bologna, mia madre ricoverata non poteva occuparsi di me, e comunque non le fotteva più un cazzo di niente e di nessuno. Era persa nei meandri della sua mente, irrimediabilmente.

giovedì 6 novembre 2014

Un giorno sono nata

Mia madre e mio padre si sono sposati in una chiesa sconsacrata.
Mia madre era già incinta di me.
Poi sono stata battezzata in una chiesetta di campagna e i miei parenti fecero gran festa a casa di mio nonno paterno che abitava vicino al Monte Sole, dove durante la seconda guerra le ss fecero stragi immonde.
In quella stessa casa ho passato con mio nonno giorni bellissimi, che rimarranno per sempre nel mio cuore.
I miei nonni paterni mi hanno cresciuta e amata moltissimo. Mia nonna Giorgina era la donna più dolce che io abbia mai potuto conoscere in tutta la mia vita, la adoro e la sogno tuttora.
Provo e riprovo a cucinare il ragù come lei mi ha insegnato, ma lei era unica ed insostituibile.
Quando mi ha lasciata ho sofferto le pene dell'inferno, dentro di me, e il suo è l'unico funerale a cui ho partecipato in tutta la mia vita.
Mio nonno era un bravissimo medico, anche se un po'matto, mi amava follemente anche perchè ero la prima femmina nata in famiglia. Era un burbero, ma era buono e io lo amavo. Per anni ho rifiutato di avere qualsiasi dottore, perchè mi fidavo solo di lui. Non mi perdonerò mai il fatto che se ne sia andato rifiutando la mia persona, perchè lo avevo ferito troppo in profondità. Mi ha insegnato tanto. I miei nonni sono stati per me amore puro, e li porterò sempre con me.

Ma i miei genitori ed io vivevamo in via Marsili a Bologna ed in quel periodo nella mia città natale c'erano manifestazioni ecumeniche, alle quali mia madre mi portava sempre. Ricordo che le forze dell'ordine sparavano contro di noi i temuti lacrimogeni che disperdevano la folla facendola arrretrare. Fu durante una di queste manifestazioni che a Bologna morì Francesco Lo Russo, sparato da una raffica di mitra dei carabinieri.